bicicletta e food delivery

Food delivery e biciclette: un binomio inscindibile

Food Delivery: un mercato con una crescita esponenziale

Il mercato del food delivery non accenna a rallentare: se nel 2017 il mercato a livello mondiale valeva 99,7 miliardi di dollari, si stima che nel 2021 si raggiungerà un valore di 210,3 miliardi, più del doppio!

Il mercato italiano: a ruota libera

Il trend sembra segnato anche per l’Italia: se il cliente non può andare al ristorante, il ristorante va a casa del cliente. Secondo l’Osservatorio eCommerce del Politecnico di Milano nel 2017 il mercato italiano della ristorazione online è cresciuto in un balzo del 66%, per un valore di più di 200 M di euro.

Chi sono e come lavorano i fattorini del cibo

Li vediamo indaffarati sfrecciare in bicicletta per le strade cittadine, noncuranti delle condizioni climatiche avverse, che sia la pioggia o la canicola d’agosto, con i loro portavivande brandizzati agganciati alla schiena. Sono i riders dei vari servizi di food delivery, un esercito di 50.000 ragazzi e ragazze, secondo le ultime stime, che contribuiscono a questo mercato milionario. Si è parlato a lungo delle condizioni di lavoro di queste persone (prevalentemente studenti, con un’età media di 25 anni), che da qualche anno combattono per migliorare le tutele dei cosiddetti lavoratori “on-demand”.

Cosa c’entra la bicicletta

Raramente ci si domanda come nel concreto queste persone recapitino il cibo dal punto A al punto B: eppure la contestazione dei bikers di Foodora è partita proprio dalle biciclette, che sono totalmente a carico del lavoratore, sia per quanto riguarda la proprietà che la manutenzione. Gli amministratori di Foodora, in una delle scarse dichiarazioni ufficiali sulla questione, hanno addirittura affermato che quello del rider non deve essere considerato un lavoro vero e proprio, ma un modo di coniugare la passione per la bicicletta con un’entrata supplementare. Insomma, qui la bicicletta c’entra e come!

In bicicletta, ma come?

Deliveroo, uno dei primi player europei, sul mercato dal 2014, è particolarmente attento al fattore “bicicletta”, tanto da aver interrogato i propri riders sul loro rapporto con il mezzo con cui lavorano.

L’indagine

L’indagine, i cui risultati sono stati pubblicati l’anno scorso da GQ, mette in evidenza che, chi decide di intraprendere questo tipo di attività, dichiara di essere già da prima un appassionato ciclista (quasi il 70%). Forse questo è il dato più scontato: l’essere atletici, e non troppo schizzinosi se si tratta di pedalare nelle intemperie, è un prerequisito fondamentale per una persona che basa il proprio rendimento lavorativo, e il proprio compenso, anche sul numero di consegne che riesce ad effettuare. Altro dato che non ti aspetteresti: la bici preferita, nonché la più utilizzata, è la MTB (45%): non propriamente il mezzo più adatto a percorrere le strade cittadine.

La sicurezza prima di tutto

Abbiamo cercato di capire qual è l’attenzione che le aziende di food delivery dedicano ai loro bikers. A nostro parere, il mezzo, la bicicletta, a cui viene affidato il core business dell’azienda, ovvero la consegna, dovrebbe essere oggetto di una particolare cura. Il food rider ha un rapporto particolare con questo mezzo: oltre ad essere uno dei fattori essenziali del suo guadagno, è anche il supporto sul quale passa la quasi totalità del suo orario lavorativo, insomma, è un po’ il suo “ufficio”. Ci siamo messi quindi a spulciare un po’ i vari blog delle aziende di food delivery e, al momento, non abbiamo trovato nulla che riguardi la bicicletta e la tematica più importante che la riguardi, ovvero la sicurezza dei rider.

Lo Stato che fa?

Secondo Business Insider nemmeno il Decreto Dignità del Governo pare tenerne conto: se i datori di lavoro non lo fanno, nemmeno lo Stato sembra intenzionato legiferare in merito.

Questione di buon senso

Eppure lanciare dei ragazzi in bicicletta nel traffico cittadino senza assicurarsi che siano dotati dei dispositivi minimi di sicurezza (casco, luci, freni funzionanti, un’assicurazione contro gli infortuni), con la consapevolezza inoltre che la velocità della consegna è uno dei requisiti di efficienza del servizio, nonché garanzia di guadagno per il biker, non sembra una buona idea.

Quando i diritti sembrano incompatibili con la flessibilità dell’on-demand

Deliveroo, è stata la prima piattaforma, quest’anno, ad offrire ai suoi rider un’assicurazione gratuita contro gli incidenti stradali. Ma anche questa concessione, dettata dal comune buon senso, arriva non senza difficoltà: nell’articolo contenuto nel blog di Deliveroo UK (che potete visionare per intero qui), Will Shu, CEO e cofondatore di Deliveroo, fa presente che, la concessione di determinati benefit, rischia di inquadrare i riders come impiegati veri e propri, mettendo a rischio la loro connotazione di lavoratori on-demand.

Se mancano le leggi

Le legislazioni nazionali faticano a tenere il passo con i repentini cambiamenti nel mercato del lavoro. “Voglio che sia chiaro – continua Shu – credo fermamente che ogni lavoratore – indipendentemente dal tipo di contratto – abbia diritto a determinati benefit” ma al momento le stesse aziende di food delivery, pare abbiano in parte le mani legate, e si scontrano con leggi fatte su misura per i lavoratori dipendenti, ma che escludono i lavoratori on-demand. Su questo ci sarà sicuramente molto da lavorare.

Quando la bici è uno strumento di lavoro

E’ sempre Business Insider ad analizzare nel dettaglio la questione. Se la bicicletta è usata per spostamenti a titolo personale, il suo uso è regolamentato dal Codice della Strada. Se invece è un requisito necessario per lo svolgimento di un dato lavoro, on-demand o a contratto non fa differenza, diventa a tutti gli effetti uno strumento di lavoro, e pertanto il suo uso è regolamentato dalla Legge 81 (Testo unico sulla salute e sicurezza nel lavoro).

La “Carta dei Valori”

Al momento però, secondo questa analisi le compagine di food delivery sono lontane dall’adottare tutti gli strumenti necessari per mettere i rider in completa sicurezza. Perfino la “Carta dei Valori”, firmata il 29 giugno scorso da Foodora, Foodracers, Moovenda e Prestofood.it, che è il documento più completo su questo fronte al momento, rimane un po’ vago: ad esempio non si capisce chi, e con che titolo, sarebbe deputato alla formazione dei riders sui temi della sicurezza. Inoltre la “Carta” è stata bocciata dalle compagnie che non risultano tra i firmatari, oltre che dai coordinamenti dei rider. E’ comunque da considerare un passo avanti: si prende coscienza del problema e ci si comincia ad attivare per risolverlo.

Un regolamento comune

L’auspicio è che si arrivi presto ad un regolamento comune, adottato non solo da alcune, ma da tutte le compagnie di food delivery. Che le città siano invase da riders che consegnano pranzi a domicilio, e che questo avvenga con un mezzo ecosostenibile, simbolo di libertà ed indipendenza come la bicicletta è solo positivo, e rende noi di CosmoBike Show alquanto orgogliosi. Ma lavoratore on-demand non può essere sinonimo di lavoratore senza diritti, e se la bici è un mezzo di lavoro, va trattata come tale, con tutti gli annessi e i connessi.

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La bicicletta … e gli italiani

Tra amore e incomprensione

Nel paese delle biciclette da sogno e dei Maestri

Gli italiani e la bici, un rapporto complesso, tra amore esagerato e una incomprensione che può fermarsi a pochi centimetri dal disprezzo. Siamo il Paese delle bicicletta, lo siamo diventati facendo di necessità virtù. Abbiamo avuto il primato della tecnologia e della qualità per decine di anni. Ancora oggi nel mondo “Italia” resta sinonimo di bici da sogno e i costruttori italiani sono considerati dei Maestri. Siamo anche la nazione dove centinaia di migliaia di ciclo-amatori e appassionati macinano ogni anno la percorrenza media di una utilitaria. Ma quando si scende dal Settimo Cielo l’incanto finisce e polvere e ruggine diventano una costante.

Oltre il titanio l’abisso

Superiamo i domini di titanio, carbonio, leghe ultraleggere e tessuti aerospaziali delle bici in mostra a CosmoBike Show 2019: qui la bici è gioiello, amante, feticcio, compagna di tutto il tempo libero possibile, strumento di affermazione e/o rivalsa. Oltre questo si attraversa una terra di nessuno, popolata da non molti cultori della sostanza e dai crescenti adepti dell’e-bike. Si precipita poi nella povertà del parco bici circolante: la qualità si abbassa vertiginosamente, assieme ad una propensione alla spesa che si aggira su un misero 200,00 € a bicicletta e 20,00 € per un lucchetto!

A chiunque abbia a che fare per motivi professionali col settore bicicletta, saranno capitati amici e parenti che ti dicono che vogliono comprare una bici. Quando l’impegno delle mie intermediazioni produce risultati apprezzabili e un costo di tre o quattrocento euro l’interlocutore vacilla colpito dalla rivelazione che una bici non è un giocattolo. Per molti è difficile capire che un giusto investimento trattato con amore diventerà parte della famiglia. E’ vero che magari al supermercato con poco più cento euro ti danno una bici ma siamo su standard qualitativi minimi e lontani dal piacere di pedalare che solo una bici in ordine ti dà.

Bicicletta come mezzo di trasporto

La bicicletta è prima di tutto un mezzo di trasporto, elementare quanto geniale nella sua semplicità. La bici sta sulla strada, dove il binomio bici+ciclista rappresenta un elemento debole, e per certi versi mal tollerato. Se il pedone è principalmente vittima di distrazione, il ciclista è meno conosciuto e meno prevedibile. In tutto questo il mezzo è importante: gomme, freni, illuminazione e trasmissione efficienti sono imprescindibili, ma nella maggioranza dei casi il ciclista non sportivo è assolutamente inconsapevole. Le bici di tutti i giorni, quelle che circolano per strada, sono spesso raffazzonate con manutenzioni improbabili, luci rotte o assenti, catene secche, cambi bloccati, freni consumati o mal registrati, gomme sgonfie o consumate. Questa situazione moltiplica i pericoli e amplifica le criticità di un traffico esasperato, che da un uso quotidiano di massa della bicicletta avrebbe moltissimo da guadagnare e che invece la guarda come ad un “competitor” da rimettere al suo posto.

Ciclabilità: patrimonio comune

Per rendere la ciclabilità un patrimonio comune del traffico, non si dovrebbe essere obbligati a concepire ciclabili “in trincea”, infrastrutture che per costi ed ingombri limiteranno la rapida diffusione della bicicletta come mezzo complementare all’auto. Basterebbe un po’ di educazione stradale, nemmeno tanta, e il rispetto di chi dallo scontro con una macchina avrà sempre moltissimo da perdere. Alzare il piede dall’acceleratore, rallentando per fare attraversare una bicicletta, può farti perdere qualche secondo di coda 100 metri più avanti? E’ davvero una perdita così grave?

Bisogna continuare a provarci

Un paio di settimane fa stavo partecipando alla via crucis del rientro dal lavoro su una statale trafficata con punte di velocità di 20 km orari. Ad un incrocio poco avanti vedo 2 ciclisti con bici a pieno carico, direi cicloturisti stranieri. Sono in evidente difficoltà per un attraversamento che appare improbo, dall’altra parte della statale c’è un ostello, presumo sia la loro ragionevole destinazione. Conosco anche gli effetti del caldo e di una lunga giornata in bici, per cui decido di rallentare ulteriormente per farli attraversare in sicurezza, 200 metri più avanti la coda è comunque bloccata. Nell’attimo in cui rallento, un Tir dietro di me si butta in sorpasso strombazzando, e brucia l’incrocio per guadagnare un paio di posizioni. Sono frazioni di secondo, per poco i ciclisti non ci finiscono sotto! I due malcapitati arrivano dall’altra parte della carreggiata, mentre la coda continua inesorabile la sua marcia a singhiozzo. Bisogna continuare a provarci. Un giorno ce la faremo, un giorno rispettare i più deboli per la strada sarà un gesto normale, un giorno i pedoni non ti ringrazieranno più perché ti sei fermato per farli attraversare sulle strisce … come prevede la legge.